[manca poco]

un ranuncolo color del sole...
Una passeggiata in una grande serra, dalla cui sommità filtravano le dita bianche e luminose di un giovane sole, uno spettacolo di vita traboccante dalle innumerevoli fioriere disposte in fila.
Un gruppo di anziane signore che come noi guardava e riguardava meravigliato e affascinato quel lago multicolore, nell'incapacità di scegliere e riempire la cassettina con i piccoli vasi da portare a casa.
Un saggio di bellezza di una Natura che si sta risvegliando, che come un giovane uccello si liscia penne e piume preparandosi a planare in un cielo cristallino, terso dall'umido grigiore dei mesi passati.

Adesso non rimane che decidere quale intorno di mondo questi piccoli fiori andranno ad incantare.

Buon fine settimana.

una pansè pierrot

primule

primule

primule

Lilith e la fiera


Volevo parlare d'altro oggi.
Volevo dare fiato allo spirito ribelle e tenace che in questi giorni sta ribollendo, ma la stanchezza ha avuto la meglio e così ho preferito far combattere qualcun'altra* al posto mio :)
Vi lascio da leggere qualcosa di nuovo, qualcosa che non vi aspettereste, credo.
Sono dei versi sciolti scritti anni fa, così, per scherzo e per gioco: rimangono una piacevole, leggera se non altro, lettura. L'ho lasciati così, senza correzioni: mi piace rileggermi anche tra i miei errori, di qualunque genere essi siano :)
Spero vi facciano passare qualche minuto in tranquillità. Buona lettura...

*(per chi non ha voglia di leggersi l'altro post: Lilith è un personaggio fantasy, una guerriera/monaca di stirpe celeste)


* Lilith e la fiera

Con ferma mano, in sfida ai ferrigni picchi,
colei che di umana stirpe il sangue non avea
il nobil e sì possente destrier suo guidava.
Da un battito di ciglia ella avea lasciata
la cupa e malata boscaglia,
giungendo al limitar d'una silente e sì cheta radura.
Trasse a sè il morso, stringendo l'armi,
e volse turbata lo sguardo suo attorno.
Ella dicea " Se 'l cuor non m'inganna,
tacendo per trovar ristoro alfine,
vigile e accorto dev'esser invero l'animo mio
chè per tutto l'inante, periglio d'uomo,
la fiera o la nemica sorte ho da temer.

Tosto sentì mover le fronde innanzi,
e riscossa fu dal suo vagheggiare.
- Par che venga contro,con solido passo - dicea.
D'un lampo intieramente la bestia apparve,
la gran testa di folti crini ornata
e il corpo suo di feline sembianze
come armato da invincibil corazza.
Fissa riguardava la fanciulla,
senza pietà alcuna per il nemico suo,
mentr'ello cautamente l'attorniava ruggendo.
I fragili raggi nello deserto spiazzo,
ormai arena gravida della contesa,
accendean quel selvaggio manto
d'un blu e d'un crudele amaranto.
Il nobil destrier che fu colto dal terror
volgeva a retro, scomponendo beltà sua:
Presta e senza tema l'imperitura signora
lo spronò a sfidar la minacciosa fiera,
ed egli ritrovò subitaneo l'ardor suo.
Sguainate le assetate e fulgenti lame,
che parean fremere e gridar battaglia,
bestia e furor divino s'aggredirono.

L'angelica voce si levò in comando:
- Rivolvi gli occhi tuoi, torna alla macchia!
La fame tua rabbiosa è apparente cagion
per l'attacco che vai portando!
Di malvagi e oscuri poteri sei serva,
ma dubita fortemente il cuor mio
che tu sia solo povera ignara succube. -
- L'animo e l'intelletto tuoi
son certo cortesi e perspicaci,
chè ragionato fu il mio asservimento:
tal parole siano per te insegnamento
chè giammai sol all'occhio puoi affidar vita tua.-
Sapean l'un l'altra fin troppo bene
che morte avrebbe preso una di loro:
fu la fiera a mover per prima,
levandosi contro i candidi e soavi fianchi.
Calarono i fendenti dell'argentee lame
attraverso la carne si aprivano il varco
mentre le iraconde nemiche fauci
crudamente gli si rivoltavano;
il destrier nitriva,movendosi furibondo.
E alfine, sotto gli aspri colpi,
con l'affanno e il respiro spezzato
e il corpo rigato di sangue,
la fiera cadde, dinanzi al valore
di colei, che per celeste volere combatte.

Fotografia: courtesy of Tony Marigliano

Seitan

seitan autoprodotto
Più che una ricetta questa è una storia d'amore.
Diversi anni fa, ai tempi delle mie riflessioni sul vegetarianesimo e delle loro evoluzioni pratiche (prima di transizione, una pesco-latto-ovo-vegetariana, poi una lacto-ovo vegetariana), cominciavo non solo ad avvicinarmi ad alimenti nuovi e a nuove modalità di preparazione, ma a costruire uno dei periodi più felici e sereni per la mia persona. Anni pacati, lenti, pacifici.
In seguito, motivazioni di diversa natura mi riportarono obbligatoriamente sui binari di una dieta onnivora.
All'oggi posso dire di aver perso tanti dei benefici conquistati (sia di ordine fisico che psicologico), ma la coscienza critica che mi fece maturare quella scelta no, quella è ben viva e si prodiga, nei limiti del possibile, affinchè si senta soddisfatta.
Ultimamente ho riscoperto alimenti, combinazioni e preparazioni che erano proprie del mio periodo vegetariano e ammetto di averlo fatto con gran gusto e... una punta di nostalgia.
Fatto sta che m'è venuta la voglia di provare a preparare da sola qualcosa che neanche all'epoca avevo mai sperimentato: l'osannato (giustamente) seitan, ricavato dal glutine di alcuni cereali quali il grano o il farro.
La ricetta alla quale mi sono appoggiata è quella di Jennifer di tippitappi. Vorrei comunque raccontarvi com'è che l'ho preparato io, foss'anche soltanto per il fatto che questa è, come ho detto fin da subito, una storia d'amore, e come tutte le storie d'amore che si rispettino vuole essere narrata. Mi sono sentita come Marcel con la madeleine :)


Seitan (ricetta originale qui)

farina di grano 0 1 kg
sale fino 1 C
acqua qb

1. Impasto
In una ciotola molto grande ho riunito la farina e il sale, a poco a poco ho cominciato a versare l'acqua e a mescolare con un cucchiaio di legno. Poi ho preso a lavorare con le mani, come se impastassi il pane. Ottenuto un impasto elastico, sodo e liscio ho lasciato riposare in frigorifero per almeno un'ora avvolgendolo in una pellicola alimentare.
Questa fase di riposo a freddo è fondamentale, perchè permette alle due proteine (glutenina e gliadina) presenti nella farina di combinarsi con l'acqua e formare il glutine, la proteina complessa che costituisce il seitan. A questo proposito è bene ricordare che una farina forte (già la 0 basta, senza andare a scomodare la manitoba) garantirà un glutine più "tenace" ed estensibile: credo che comunque, per evitare sorprese, sia una buona mossa verificare la percentuale di glutine secco dichiarata sul pacchetto (per le 0 si ha 9-10%).
Prima di tirare fuori la pallotta ho raccolto e lavato un rametto di rosmarino e qualche foglia di alloro, che ho utilizzato poi per aromatizzare il brodo dove cuocere la suddetta. Ho preparato due pentoloni, con qualche dito d'acqua, in uno fredda e nell'altro tiepida.

2. Lavatura
Dopodichè è iniziata la fase della "lavatura", quella che consente appunto di lavare via l'amido e ottenere l'ammasso di glutine puro. E' stata quella che ho amato di più: la massa di pasta era elastica e morbida, eppure compatta tanto che non ha mai dato cenno di spezzettamento; poco a poco si riduceva di volume e l'acqua di risciacquo diveniva sempre più limpida. Ho iniziato a lavorare l'impasto immerso nella pentola con l'acqua fredda, per circa cinque minuti, proprio come se dovessi fare nuovamente il pane. Poi ho cambiato, cominciando a lavorare sotto l'acqua tiepida: da qui in avanti non ho più utilizzato l'acqua fredda.
Il procedimento di impasto sott'acqua è stato lungo; spesso è stato necessario svuotare il pentolone per cambiare l'acqua di lavatura (nel mentre la pallotta riposava in un colapasta) ma anche molto bello e gratificante. Ho continuato finchè la massa non si è ridotta di due terzi.

3. Cottura
Nella pentola a pressione ho portato a bollore 1 litro e 1/2 di acqua con 2 C di salsa di soia, il rosmarino, l'alloro e qualche grano di pepe nero. Ho messo dentro la massa di glutine ottenuta (non gli ho dato nessuna forma particolare; era molto compatta) e ho cotto a pressione per 20 minuti dal fischio.

Una volta estratto il seitan è pronto; largo spazio all'inventiva sul come cucinarlo! Io l'ho semplicemente passato sulla piastra :)

seitan autoprodotto

Marmalade my way

orange marmalade
Ci sono delle preparazioni classiche per le quali ogni famiglia possiede la propria ricetta. Che sia una torta di mele o una crema pasticcera, piuttosto che un consommè o una lasagna, un arrosto farcito o un cacciucco, dei cenci (per restare in tema) o delle confetture, la storia non cambia: il riferimento tanto rassicurante quanto importante c'è e in certi casi cavallo che vince non si cambia. Un pò, anzi, per quanto mi riguarda, quasi del tutto, per una questione d'affetto.

Questa marmalade è però una conquista relativamente recente, e che sia tale credo sia palesato dal nome stesso (vorrei averla sentita la bisnonna Lucia sentenziare, col mestolo in mano, "oggi mameleid!"). Mi sono stabilizzata su questi ingredienti (è risaputa la mia avversione verso le gelatine industriali) e dosi da un paio d'anni, quindi non posso che proporvela a cuor leggero così com'è. Credo che la prossima settimana la preparerò nuovamente, nell'attesa di poter soddisfare, con un colpo di fortuna, una tra le mie debolezze culinarie: la confettura di arance rosse di Siviglia, anche se temo sia già troppo tardi...

orange marmalade
Marmalade my way
dosi x 6 vasetti da 250 gr
(gli agrumi si intendono provenienti da coltivazioni biologiche e quindi non trattati, dimodochè la scorza sia completamente commestibile)

arance bionde di Ribera 2 kg
limoni piccoli 2
zucchero semolato bianco 1,2 kg

Lavate bene gli agrumi sotto l'acqua corrente fredda, eventualmente spazzolandoli con delicatezza. Asciugateli.
Spremete entrambi i limoni e tenete il succo da parte.
Su un tagliere ampio, in plastica e dotato di scanalature perimetrali (per raccogliere il succo) preparate le arance: tagliate via la calotta superiore e affettate il frutto sottilmente, in modo da ottenere fette spesse 2 o 3 mm, che saranno passate poi al coltello per ottenere piccoli pezzi. Poneteli via via in una ciotola larga, bagnando con il succo che si raccoglierà via via sul tagliere.
Versate le arance in una pentola molto capiente e dal fondo spesso; portate ad ebollizione e soltanto allora cominciate ad aggiungere a pioggia lo zucchero, mescolando bene. Unite il succo di limone e riportate a bollore. Lasciate sobbollire per almeno 50 minuti, avendo cura di mescolare spesso per non far attaccare sul fondo il composto. Al termine del tempo fate la prova piattino: se necessario proseguite la cottura fintanto che , prelevato un cucchiaino di confettura dalla pentola, questo non scenda molto lentamente su di un piattino quando viene inclinato. Spengete, togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.
Invasate in barattoli perfettamente puliti e procedete con la normale sterilizzazione utilizzando capsule nuove.

[febbraio]

il mio febbraio

Finora un mese controverso.

Poi guardi fuori dalla finestra e tutto è più chiaro.
Esci, e l'aria frizzante e la morbidezza della terra che respira ti avvolgono.

Come si può non sorridere di fronte a certi miracoli...



un sentiero tra i campi...

un ventaglio di scale...

bolle di verde

bolle di verde

Cenci alla cannella

cenci alla cannella
Quanto mi sono piaciuti!
A me, che non amo particolarmente nè il Carnevale nè i dolci che porta seco, questi cenci mi hanno lasciata piacevolmente sorpresa.
Sarà che hanno poco a che vedere con quelli tradizionali? Eh si, perchè quel cucchiaio colmo di cannella li maschera davvero, li cambia proprio d'abito :)
E dire che sono usciti così, per errore: un attimo di distrazione e dal barattolo mi casca un quantitativo di cannella esagerato.
Meno male non stavo pepando una besciamella :)

Nota importantissima che riguarda l'olio di frittura: molti di voi ne saranno al corrente (mi sto accorgendo di avere dei lettori molto attenti e sensibili al tema dell'ecosostenibile), comunque vi linko la pagina di Eco-Rec, un consorzio che si occupa del recupero dell'olio vegetale usato.

Cenci alla cannella

farina 00 500 g
zucchero semolato bianco 100 g
burro 75 g, a temperatura ambiente e tagliato a dadini
uova codice 0 2, solo i tuorli
vino bianco dolce 1/2 bicchiere
cannella in polvere 1 C
sale un pizzico
olio evo per friggere

Setacciate la farina con la cannella.
Sul piano da lavoro disponete la farina a fontana; deponete al centro il burro e cominciate a lavorare velocemente i due ingredienti, fino ad ottenere un composto bricioloso (con il classico movimento delle dita che "contano gli spiccioli"). Formate di nuovo la fontana, al centro riunite lo zucchero, i tuorli, il sale e il vino. Dosate il liquido mano a mano che impastate se vi è più comodo.
Lavorate bene l'impasto.
Con il matterello tirate la sfoglia, molto sottilmente. Utilizzando una rotella tagliapasta ricavate delle strisce lunghe 12 cm e larghe 3 cm.
In una casseruola ampia portate a temperatura abbondante olio (come sempre, la pasta dovrà essere completamente coperta dal grasso di frittura) e friggete i pezzetti di sfoglia, prelevandoli poi con una schiumarola e deponeteli su carta assorbente per far sì che perdano l'olio in eccesso.

Yogurt

yogurt autoprodotto
Preparare lo yogurt in casa è stato, fino ad un paio di mesi fa, uno dei miei desideri di vecchia data.
Questo alimento ha da sempre fatto parte della mia dieta, sebbene con varie sfumature: da piccola, infatti, ben difficilmente non sarei appartenuta alla schiera dei bimbi felici con gli yogurt/formaggio alla frutta, e per l'appunto così è stato.
Poi è stata la volta degli yogurt al caffè, al malto e ai frutti di bosco rigidamente di una marca, della quale mi ero perdutamente innamorata. Nel periodo universitario ecco che si fanno largo quelli ultra cremosi e mischiabili con cereali, ciambelline di cioccolato e quant'altro: frequentemente assolvevano all'essermi pranzo.
Ultimamente mi ero avvicinata a quelli semplici, bianchi, interi o magri, prodotti da un'azienda con lo stabilimento a Firenze: mi sembravano (e forse lo sono tutt'ora) la risposta che mi offriva il miglior compromesso tra il desiderio di mangiarmi lo yogurt e la necessità sempre più sentita di alleggerire la mia impronta ambientale.

L'autoproduzione è la vera soluzione: la yogurtiera si acquista una volta e consuma pochissimo (noi, di buona marca in un centro commerciale l'abbiamo pagata 20 euro) mentre i vasetti in vetro sono chiaramente riutilizzabili fino a quando la sfortuna decide di farveli scivolare dalle mani e planare sul pavimento (la nostra yogurtiera ha 7 vasetti con capienza da 150 g ciascuno).
Non avrete a che fare con i contenitori e gli imballaggi, che possono sì essere riciclati, ma che per essere prodotti richiedono energia e investimenti. Non ci saranno autoarticolati che inquinano per distribuire i vasetti.
Possono essere frasi barbose, ma quando sono informazioni che corrispondono al vero, repetita iuvant.

Io l'ho preparato diverse volte, l'ultima ieri sera: utilizzo un litro di latte, intero e se possibile etichettato come "bio" (mica per nulla, ma mi è capitato di avere come risultato uno yogurt molto liquido: avendo seguito la procedura correttamente, ho imputato il pessimo risultato, com'è scritto sulla guida, al latte che evidentemente conteneva tracce di "antibiotici") e le bustine di fermeti lattici che trovo in farmacia. Una confezione da cinque si aggira sulle 5 euro.
Se amate questo alimento vi consiglio di pensarci: io credo che, oltre ad averci guadagnato in gusto, ci si guadagni anche in salute.

Buon fine settimana.

P.s.: vi allego il link ad un post di Eniko sull'autoproduzione dello yogurt. E' illuminante!

Ceci in brodo di porri piccante

Ceci in brodo di porro piccante
La mia pignoleria sta diventando leggendaria: ho impiegato più tempo di quel che pensassi per trovare un titolo a questa ricetta (che poi tanto ricetta non è, è più un appunto per qualcosina di caldo, semplice e svelto) che mi soddisfacesse.
Brodo no, minestra nemmeno, minestrone neanche, zuppa tanto meno. Passata? No perchè lo è solo a metà.

Una cosa simile mi era successa anche tempo fa, forse ve lo ricordate, quando spulciai la rete alla ricerca delle differenze tra creme, vellutate e passate. Recentemente mi sono data alla canditura e al confit.
Adesso è la volta di minestroni & co..
Visto che mi sono chiarita alcune cose, in attesa di poter approfondire sulla mia Bibbia (Ada Boni), per amor di cronaca ve ne faccio partecipi (se già lo sapete tanto meglio, se credete non sia fondamentale per la vostra esistenza in cucina avete pienamente ragione: pazientate sono fatta così!):

zuppa> preparazione semisolida composta da ingredienti vari tagliati a pezzi, di mare, di terra o esclusivamente vegetali. Possono essere portati a cottura in acqua o brodo. E' irrobustita con fette o crostini di pane e un cereale a scelta (pasta, riso, farro, orzo,...);

minestra> preparazione in cui prevale la componente liquida, è costituita da brodo (di carne o vegetale) in cui vengono cotti generalmente pasta o riso;

minestrone> simile alla minestra, le verdure sono però tagliate in pezzi più grossi e possono essere aggiunti i legumi;

minestre chiare> brodi e consommè:
- brodo> preparazione liquida costituita dall'acqua di cottura di carne e ortaggi, pesce, o ortaggi solamente;
- consommè> preparazione liquida aromatizzata da vini liquorosi;

minestre legate> creme e vellutate.

Ecco, adesso che rileggo il post mi accorgo di essere ampiamente passibile di pedanteria :)
Ma oramai è scritto, e mi sono pure divertita...

Ceci in brodo di porro piccante

ceci lessati una tazza
carote 3, piccole
porri 3, piccoli e senza la parte verde
cipolla dorata 1/2
peperoncino rosso fresco 1
olio evo qb
sale una presa
pepe nero in grani 1c
acqua 1l

Pulite bene i porri e le carote. Affettate obliquamente i primi e a rondelle le carote.
Affettate finemente la cipolla e fatela imbiondire appena in una cucchiaiata d'olio. Aggiungete le carote, cuocete per un paio di minuti, sfumate con un poco d'acqua, coprite e proseguite la cottura per 5 minuti. Unite i porri, mescolate, coprite nuovamente e cuocete per una decina di minuti. Aggiungete l'acqua e portate ad ebollizione, scoperto.
Schiacciate i grani di pepe e affettate sottilmente il peperoncino. Uniteli insieme ai ceci al brodo di porri e carote, regolate di sale, abbassate la fiamma e fate sobbollire una decina di minuti. Prelevate un paio di mestolate di brodo, passatelo al minipimer e rimettete in pentola. Quando farà le prime bollicine spengete la fiamma, impiattate e condite con un giro d'olio evo.

Scritto in un giardino. [Letto in un soggiorno.]

ciondolo...
Questo è uno dei saggi contenuti nel libro della Yourcenar che ho anche citato nello scorso post.
L'ho riletto, perchè è uno di quei passi che ti fa compagnia sempre, e ho deciso di pubblicarlo, per offrire a chiunque passi di qua l'occasione di conoscere, o ritrovare, una grandissima scrittrice.
Trovo che sia tanto semplice e naturale quanto grandioso ed universale.
Buona lettura...


Scritto in un giardino

"Il colore è l'espressione di una virtù nascosta.

Certi uccelli sono come fiamme.

Un giardiniere mi fa osservare che solo in autunno si scopre il vero colore degli alberi. In primavera, la clorofilla è così abbondante che li riveste tutti di una verde livrea. Ma già in settembre, gli alberi si rivelano ricoperti dei propri specifici colori: la betulla bionda e dorata, l'acero di un giallo rosso arancione, la quercia color del bronzo e del ferro.

Non c'è nulla che mi abbia aiutata di più a comprendere i fenomeni naturali dei due segni ermetici che stanno a significare l'aria e l'acqua, e passano poi, modificati da una sbarra che certo qual modo ne rallenta lo slancio, a simboleggiare il fuoco, meno libero, legato alla materia lignea o all'olio fossile, e la terra dalle dense e tenere particelle. L'albero include nel proprio geroglifico tutti e quattro i segni ermetici.
Pure aggrappato al suolo, saturo d'aria e d'acqua, si erge peraltro verso il cielo come una fiamma; è fiamma verde prima di finire un giorno, rossa fiamma, nei caminetti, negli incendi dei boschi, e nei roghi. In virtù della sua pulsione verticale, l'albero appartiene al mondo delle forme che salgono, come l'acqua, che lo nutre, al mondo delle forme che, lasciate a se stesse, ricadono verso terra.

Segno ermetico dell'aria, un triangolo nudo, che punta verso l'alto. Nei giorni di quiete, la piramide verde dell'albero si sostiene nell'aria in perfetto equilibrio. Nei giorni di vento, i rami agitati accennano l'inizio di un volo.

Segno ermetico della terra, un triangolo che punta verso il basso, ma che una sbarra arresta nella sua caduta. La zolla di terra stabile, quando nè la gravitazione, nè il vento, o la pedata di un passante intervengono.

L'acqua, che per sua natura cede e discende. E questo spiega perchè le si addice l'epiteto francescano: umile.

Che cosa di più bello di questa statua di supplice di Rodin, ove l'uomo in preghiera leva le braccia e si protende simile ad un albero? Non v'è dubbio, l'albero prega la luce divina.

Le radici affondate nel suolo, i rami tutelari dei giochi dello scoiattolo, del nido e dei cinguettii degli uccelli, l'ombra concessa alle bestie e agli uomini, la cima che si leva nel cielo. Conosci una maniera più saggia e benefica di esistere?

E di qui lo scatto di rivolta di fronte al taglialegna e l'orrore, mille volte più grande, dinanzi alla sega meccanica. Abbattere e uccidere ciò che non può fuggire.

Miracolo delle istantanee che fissano l'immagine dell'acqua che sgorga, sprizza fuori per forza propria, rimbalza verso l'alto, come la corona di schiuma di un'onda infranta sul bordo di una roccia. L'onda morta genera un grande fantasma bianco che fra un istante non sarà più. Nello spazio di uno scatto, l'acqua pur col suo peso sale come un fumo, come un vapore, come un'anima.

Per una ragione opposta, bellezza, raro artificio, del getto d'acqua. L'idraulica costringe l'acqua a comportarsi come una fiamma, a rinnovare di continuo all'interno della propria colonna liquida la sua ascesa verso il cielo. L'acqua forzata sale su sino alla punta dell'obelisco fluido, prima di ritrovare la propria libertà, che è quella di andare verso il basso.

Ogni acqua aspira a diventare vapore, e ogni vapore a ridiventare acqua.

Ghiaccio. Scintillante arresto. Condensazione pura. Acqua solida.

Tra i paesaggi più impressionanti, annovero quelli di certi fiordi dell'Alaska e della Norvegia in primavera, dove l'acqua appare simultaneamente nelle sue tre forme e sotto numerosi aspetti. Acqua fremente, ma immobile, del fiordo, acqua fluente delle cascate sulla parete verticale delle rocce, vapore che si leva dalla loro caduta, acqua che sotto forma di nuvola fa rotta verso il cielo, gelo e nevi delle vette così vicine, ma dove la primavera non si è ancora spinta.

Rocce composite, fatte di lave vulcaniche e di sedimenti trasportati dall'acqua, amalgama antico di migliaia di secoli. E la loro forma esterna rielaborata senza un attimo di sosta, riscolpita dall'aria e dall'acqua.

Il tuo corpo composto per tre quarti di acqua, più un poco di minerali terrestri, un pugno scarso. E questa grande fiamma in te di cui non conosci la natura. E nei tuoi polmoni, presa e ripresa di continuo dentro la gabbia toracica, l'aria, l'ossigeno, questo splendido straniero, senza di cui non puoi vivere".

Marguerite Yourcenar. Il Tempo, grande scultore, Einaudi, Trento, 2005


Il meme della propria biblioteca

Anna Karenina

Questo meme, che ho scoperto con l'ultimo post di salsadisapa, è uno di quelli che mi stimolano e attraggono. L'ho trovato piacevole da fare e credo sia un modo discreto e significativo per raccontare una parte di se stessi.
E, come ha già scritto Sara, per riscoprire alcuni libri della propria biblioteca, ripensando magari alla storia che si portano dentro.
Andate a dare un'occhiata anche voi ai vostri scaffali? ;)


SEI UN UOMO O UNA DONNA?
Andromeda - Michael Crichton

DESCRIVITI:
Stardust - Neil Gaiman

COME TI SENTI?
Seta - Alessandro Baricco

DESCRIVI DOVE VIVI AL MOMENTO:
Il castello dei destini incrociati - Italo Calvino

SE POTESSI ANDARE OVUNQUE, DOVE ANDRESTI?
La dimensione nascosta - Edward Thomas Hall

COSA AVRESTI VOLUTO FARE DA GRANDE?
Il giuoco delle perle di vetro - Hermann Hesse

LA COSA CHE TI FA SOFFRIRE MAGGIORMENTE:
Cent'anni di solitudine - Gabriel Garcia Marquez

UNA COSA CHE NON FARAI MAI:
Il grande male - Konrad Lorenz

TU E IL /LA TUO/A MIGLIORE AMICO/A SIETE...?
Creature grandi e piccole - James Herriot

COSA TI MANCA:
Conversazione in Sicilia - Elio Vittorini

LA STAGIONE IN CUI TI SENTI PIU' VIVO:
Albero e foglia - John Ronald Reuel Tolkien

MOMENTO PREFERITO DELLA GIORNATA:
Gita al faro - Virginia Woolf

SE LA TUA VITA FOSSE UNO SHOW TELEVISIVO, COME SI CHIAMEREBBE?
Le vite - Giorgio Vasari

COS'E' LA VITA PER TE?
La metamorfosi - Franz Kafka

UN ANNO CHE NON SI PUO' DIMENTICARE:
Novecento - Alessandro Baricco

LA TUA RELAZIONE:
Le vie dei canti - Bruce Chatwin

HAI PAURA DI:
Godel, Escher, Bach - Douglas Hofstadter

IN ALCUNI MOMENTI TI SENTI...
Narciso e Boccadoro - Hermann Hesse

UN LUOGO IN CUI NON SEI MAI STATO:
Doppio sogno - Arthur Schnitzler

MEZZO DI TRASPORTO PREFERITO:
L'unicorno nero - Terry Brooks

QUAL E' IL MIGLIOR CONSIGLIO CHE TU POSSA DARE?
Opinioni di un clown - Heinrich Boll

UNA COSA DI CUI SEI CONSAPEVOLE:
I cinque paradossi della modernità - Antoine Compagnon

OGNI TANTO PENSI CHE...
Se una notte d'inverno un viaggiatore - Italo Calvino

DI COSA HAI BISOGNO IN QUESTO MOMENTO:
Memorie di Adriano - Margherita Yourcenar

OGNI TANTO TI DOMANDI...
Che cosa fa vivere gli uomini - Lev Tolstoj

PENSIERO DELLA GIORNATA:
Il Tempo, eterno scultore - Margherita Yourcenar

SE POTESSI RIAVERE INDIETRO QUALCOSA DALLA VITA COSA VORRESTI?
La felicità - Seneca

IL TUO MOTTO:
A me le guardie! - Terry Pratchett

Limoni canditi con sale

limoni canditi con sale
Questa è una di quelle preparazioni che mai avrei immaginato esistessero se non frequentassi la blogsfera. E all'interno di questa "realtà virtuale" è un classico al quale prima o poi in moltissimi si avvicinano.
Premetto che per il mio primo approccio ho seguito la ricetta di Sigrid "Citrons confits": così a pelle mi è piaciuta assai la proposta, che è propria della cucina marocchina, di conservare l'agrume con un metodo che può apparire "doppio", ovvero contemporaneamente sotto sale e sott'olio.
Per il procedimento vi rimando direttamente al suo post, ben fatto e con una fotografia molto seducente.
[N.b.: sempre in tema di ricette per limoni canditi alla maniera marocchina ho trovato questa versione sul sito della Emile Henry, che proverò la volta prossima].

Chi mi conosce sa che di fronte alle parole nuove che promettono di avere un'etimologia o una storia particolare e ricca le mie antenne si drizzano, e in men che non si dica sono lì che cerco e ricerco. Questa volta il mio unico strumento è stato internet e, come mi è già accaduto, sono rimasta soddisfatta a metà. Più che altro per la confusione, per le informazioni copiate e incollate senza remore e senza intelligenza.
Ho cercato di capire quale sia l'origine della parola "candito", per indicare correttamente che cosa possa essere usata e che rapporto ha con la parola "confit".
A qualcosa sono arrivata: a poco, soprattutto perchè credo che le informazioni in rete, quando si comincia a cercare conferme serie, siano da prendere cum grano salis.

Per cominciare a capirci qualcosa è necessario partire dall'inizio; ragionevolmente vengono indicati gli Arabi quali iniziatori della tecnica conservativa della canditura, che qui si identifica con l'immersione ripetuta e prolungata dei frutti o dei fiori in una soluzione di acqua e zucchero che veniva mano a mano resa più satura.

La diffusione della tecnica di canditura alle altre culture del bacino del Mediterraneo comporta una leggera differenziazione del procedimento stesso, tanto che lo sciroppo di acqua e zucchero nell' antica Roma è affiancato dall'uso del miele. Pare, e dico pare, non ho riscontro da testi affidabili, che in questo periodo la parola "confectus" fosse utilizzata in riferimento alla frutta sciroppata: in effetti, derivando dal verbo "conficere" che sta per confezionare, preparare, fa pensare al trattare in qualche maniera particolare un prodotto naturale.

Credo che la confusione che ancora oggi persiste circa il significato di "candito" sia generata dall'accostamento a questa tecnica di conservazione da parte della cultura francese. Questo unicamente perchè con "confire" (dal mio dizionario di francese tradotto con "candire", al di là delle diatribe sulla giustezza o meno direi che è una traduzione oramai accettata) la tradizione gastronomica francese intende sia la conservazione attraverso sciroppi dolci e miele che quella in agrodolce. Vi è poi il capitolo delle carni, complesso e non indifferente. Un riferimento interessante e storicamente riconosciuto come un classico è il Larousse Gastronomique (1938), una sorta di dizionario/enciclopedia.

Mi piacerebbe moltissimo se qualche lettore o passante potesse chiarire l'argomento: non esitate!

Riferimenti:

Canditura, wikipedia
Canditi, Taccuini storici

limoni canditi con sale

Approfondimento:

salsadisapa " io sapevo che "confit" significa più o meno "cotto (o lavorato) a lungo, al fine di prolungare la conservazione dell'alimento". questo è indipendente dal liquido che si usa: anche una lunga marinatura o una conservazione sott'aceto si può chiamare confit. in genere però il confit è la lunga cottura a bassa temperatura delle carni nel proprio grasso. per le preparazioni salate in italiano si è mantenuto il termine "confit", mentre per le dolci si usa "candito" quando c'è lo zucchero o il miele, e di nuovo "confit" quando c'è l'olio o un altro grasso. credo ci sia un po' di confusione linguistica alla base, ma credo si possa accettare tale definizione :-) "

Torta di semola con fragole essiccate e mandorle

torta di semola con fragole essiccate e mandorle
Quando ho scelto di preparare questo dolce, inventandomelo per metà, non pensavo certo che sarei stata catapultata indietro nel tempo, quando ero piccina.
In effetti, il semolino è un evergreen che trova sempre posto nell'alimentazione dei più piccoli: se cotto nel latte, come in questo caso, e per di più aromatizzato con la confortevole e familiare scorza di limone, il "back in the days" è assicurato.
Ho bilanciato queste sensazioni con l'uso delle fragole essiccate, prodotto meno conosciuto e recente, combinate con le mandorle, croccantine.
Il risultato, che ho apprezzato davvero molto, è un tortino molto morbido (da piattino e forchettina) e dolce: una coccola sorprendente, da colazione quanto da dessert domenicale.

Torta di semola con fragole essiccate e mandorle
stampo a cerniera del diametro di 22 cm

semola di grano duro 200 g
latte intero 1l
zucchero semolato bianco 6C+1C per la tortiera
limone non trattato la scorza grattugiata di 1/2
burro 1 noce + qb per imburrare la tortiera
uova codice 0 2 (tuorli e albumi separati)
fragole essiccate 2 manciate abbondanti
mandorle spellate una decina
sale un pizzico
pangrattato qb

Imburrate la tortiera, cospargetela di pangrattato e poi di zucchero.
In una casseruola ampia versate il latte, 3 cucchiai di zucchero, il sale, la scorza di limone e il burro; portate a bollore e versate a pioggia il semolino. Cuocete per il tempo indicato sulla confezione (a me sono serviti 5 minuti scarsi), mescolando bene.
Trasferite il composto in una ciotola grande e profonda; lasciate intiepidire.

Preriscaldate il forno a 165°C.
In un piatto sbattete i tuorli con gli altri 3 cucchiai di zucchero; passate al coltello le fragole e le mandorle e unitele alle uova. Mescolate bene.
Montate a neve gli albumi, aiutandovi con un pizzico di sale.
Incorporate il composto di uova, fragole e mandorle al semolino, amalgamate molto bene e poi, con una spatola e stando attenti a non smontarli, anche gli albumi.
Trasferite il tutto nella tortiera e infornate. Cuocete per 1h 10', fate la prova stecchino. Lasciate intiepidire la torta in forno, toglietela lasciatela raffreddare completamente e sformatela.

fragole essiccate

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