Mousse di fragole e yogurt

In bianco e rosa
Stamattina ho concluso un lavoro importante e per premiarmi ho pensato bene di darmi al dolce. Ricordandomi di una ricettina che due estati fa mi aveva fatto leccare i baffi, sono andata tutta tranquilla a procurarmi gli ingredienti, mettendomi poi a spentolare.
Premetto che non sono poi così convinta che questa preparazione (panna montata+gelatina+passato di fragole, in questo caso) possa chiamarsi mousse: non ho neanche trovato niente di approfondito in rete per cui, se qualcuno di voi mi illuminasse... C'è questo qui che mi conforta, ma vorrei saperne un pò di più sull'argomento mousse e pseudo-mousse...
Comunque, sotto con la ricetta: diamoci un taglio con tutti questi ultimi post "confidenziali" e rientriamo in cucina.


Mousse di fragole con yogurt
Per quattro bicchierini

yogurt bianco
125 g
panna fresca da montare 50 cl
fragole fresche ben lavate 80 g
menta fresca qualche foglia
gelatina 2 fogli (mi sembra un'esagerazione... io dimezzerei)*
meringhe 1 piccola

Pulire le fragole e passarle al setaccio. Mettere la passata in una ciotola e tenere da parte.
Preparare la gelatina come da confezione: dopo averla strizzata fatela sciogliere a fuoco dolce in un pentolino con quattro cucchiai scarsi di passato di fragole.
Versate la panna ben fredda in una ciotola ghiacciata e montatela bene a neve.
Alla restante purea di fragole unite metà dello yogurt, mescolate bene e aggiungete anche il composto a base di gelatina. Mescolate ancora e con una spatola incorporate delicatamente la panna montata.
Spezzettate la meringa sul fondo dei bicchierini, suddividetevi la mousse o pseudo tale e lasciate in freezer per circa un'ora. /edit: frigorifero, finchè non si è ben rassodata.
Sminuzzate alcune foglie di menta e mescolatele al rimanente yogurt; tirate fuori dal freezer /: edit: frigorifero i bicchierini e ultimateli con uno strato di yogurt, a piacere zuccherato.
Decorate a piacere, fragole fresche a piccoli pezzi, ualche frutto di bosco, della granella di mandorle, oppure semplicemente ricacciateli in frigo così come sono, estraendoli dieci minuti prima di mangiarli.

* Ho trovato che il tutto fosse un pò troppo compatto e... gelatinoso? Può un cibo sapere eccessivamente di gelatina? Avere cioè una persistenza fastidiosa... Ecco perchè penso che la prossima volta sperimenterò l'agar agar ;)

In bianco e rosa

In bianco e blu

signora
Sabato pomeriggio.
La città langue sotto il sole. Il quartiere in cui ci troviamo però ha un suo asso nella manica. La sua ossatura è diversa da quella serrata del centro storico, lontana da quella caotica e povera di storia delle periferie.
E' fatta di piazze e si accomoda su un poggetto, cespugli aiuole e fontane dal basso guardano il gran parco di una villa, che è anche un antico museo. C'è traffico è vero, ma è ordinato e trattenuto dalle palazzine, che sfoderano i loro anni con la dignità di belle signore.
Ecco che anche camminare un poco, in quella calura, diventa piacevole.
Sabato pomeriggio.
Entriamo per la prima volta. Eccola lì, in bianco e blu, che ci accoglie luminosa e fresca. Non so quando sarò pronta per stabilirmici, in quel momento non me ne sono curata. Ho pensato piuttosto che quando vivrò quella cucina bianca, brillante e candida, mi verrete in mente tutte: fai entrare una pietanza nel tuo ricettario e sarà come avere chi te ne ha raccontata la ricetta al tavolo con te.
Ne sarò sempre molto felice.
Buona settimana!

Caprifoglio a colazione

caprifoglio
La colazione per me significa darsi tempo.
Darsi tempo per ritrovare il posto proprio nella realtà. A ritmo lento, ognuno al suo ritmo.
Io sono capace di mettere la sveglia molto prima dell'ora in cui dovrò uscire proprio per "far colazione". Per leggere. Per gustarsi un dolce. E' insomma uno dei momenti della giornata che preferisco, seduta al tavolo della mia cucina rinvoltata in una vestaglia di sonno. La portafinestra dà sul giardino: nell'angola a destra c'è una delle presenze che amo di più, tanto mi è ricca di ricordi. E' una voliera alta quanto un uomo che costruì mio nonno. Ricoperta interamente da una pianta di caprifoglio, in questa stagione conosce il suo splendore: un castello incantato e coperto di neve profumata, da popolare con la fantasia mentre una fetta di fondant mi si scioglie in bocca.
Buon fine settimana a tutti.

caprifoglio

Gnocchi dolci ai baccelli

baccelli
Mi sarebbe piaciuto vedere la mia faccia quando mister f. mi ha detto "Pubblicala sul tuo blog", riferendosi alla ricetta che ha improvvisato ieri a pranzo. Un'improvvisata ben combinata eppure semplice, geniale e creativa: lui, da buon ipercritico nei confronti di se stesso, si è sbilanciato in un "Si dai, è un'ottima partenza", lasciando sottintendere un lambiccamento prossimo venturo alla ricerca dell'ingrediente x che "gli darebbe quel tocco in più" (e che io ritengo superfluo :)).
E' una crema dolce e verde pastello, a cui fanno da contrappunto la piccantezza di un bel pecorino stagionato e il profumo del pepe nero...
Dunque, ricordandomi con un gran sorriso di questo (:)), passo a trascrivere il procedimento di questi gnocchi, decodificando per voi alcuni passaggi frettolosi appuntati su questo post-it.

baccelli

Gnocchi dolci ai baccelli
Ingr. x2

gnocchi 200 g (nb: sono gnocchi "falsi". E' un formato di pasta di grano duro simile alle conchigliette. Per le dosi... beh, piatto unico e tanta fame!)
fave sgranate un paio di pugnelli abbondanti
cipolle di Tropea 1 piccola
menta fresca 5 o 6 foglie
aglio 2 spicchi piccoli
pecorino stagionato qp (quanto piace :))
olio evo
pepe nero macinato al momento

(NO sale!)

Passare al vapore per qualche istante le fave; ridurle in crema aiutandosi con un pò d'acqua e 1 c d'olio evo. Tritare finemente cipolla e aglio e rosolarli in una padella unta d'olio; sfumare con acqua se necessario. Unire la crema di fave e fare insaporire per circa un minuto, spengere il fuoco, aggiungere la menta sminuzzata a mano e un giro d'olio. Tenere da parte.
Bollire gli gnocchi, senza salare l'acqua di cottura. Scolarli e saltarli in padella con la crema. Fuori dal fuoco unire il pecorino e il pepe nero.

baccelli

Il soffiato di formaggio

Non so proprio come ci si possa riuscire ma prima o poi lo scoprirò e imparerò i trucchi. Anzi, se ne avete, ben vengano...
Non SO documentare la riuscita di un soffiato (come ho iniziato a chiamare i soufflè dopo aver scovato questa ricetta): avendo come obiettivo quello di fotografare la conclusione della ricetta, mi ritrovo a desistere sempre, per la paura confessata che faccia flop. Stavolta vi chiedo di credermi sulla parola :)
Ebbene, questa ricetta qui l'ho collaudata e riuscendo a me immagino che non incontrerete problemi a seguirla e concluderla con i dieci e lode dei commensali ;) E' tratta da "Lisa Biondi", ricettario del 1966 per... giovani donne, che chiedevano:

<<... mi sono sposata da poco e il mio problema principale è quello di cucinare bene, perchè mio marito è un buongustaio. Perchè non fai un libro di ricette, pratiche e non troppo difficili?>>

Quindi, almeno per curiosità...

Soffiato di formaggio di Lisa Biondi (rivisitato da me: le dosi sono per 2 persone)

burro 30 g
farina 1+1/2 C
latte scremato 1 bicchiere
parmigiano reggiano grattugiato1 C raso
scamorza affumicata tagliata a julienne (o altro formaggio a pasta filata) 40 g
uova 2 piccole
sale
noce moscata


Preriscaldate il forno a 180°C.
In una casseruola fate sciogliere il burro, unite la farina e appena si sarà imbiondita versate il latte freddo in una volta sola. Rimestando, cuocete la besciamella finchè non compariranno i primi segni del bollore. Spengete subito, salate, insaporite con la noce moscata, unite parmigiano e scamorza e lasciate intiepidire. Attenzione: la besciamella deve risultare molto fluida.
Aggiungete i tuorli d'uovo uno alla volta, mescolate e incorporate le chiare montate a neve. Mescolate di nuovo, delicatamente dal basso verso l'altro.
Trasferite il composto in due stampi monoporzione imburrati e spolverati di pangrattato.
Infornate e cuocete per circa 25 minuti. Sfornate e... a tavola, veloci!

Sandali e miele

fior d'acacia

E' proprio vero che dalla necessità di cambiare alcune piccole abitudini ci si accorge che la stagione cambia.
I blog che seguo sono in gran parte foodblog o hanno comunque rimandi frequenti al cucinare: nella quasi totalità c'è una spiccata attenzione nell'utilizzare dei prodotti che naturalmente sono disponibili sul mercato, stile di vita che trovo intelligente e che manco a dirsi ho sposato anch'io :)
Ho riscoperto quest'anno un'abitudine che aveva la mia famiglia, quando ancora io e mia sorella eravamo bambine e trascorrevamo ogni fine settimana nella nostra casa in campagna: in un momento ben preciso dell'anno, che da noi si risolveva in poco più di due settimane, raccoglievamo i fiori d'acacia (sotto attenta supervisione per evitare punture varie) durante passeggiate lunghe e distese. Tornavamo a casa e li friggevamo, in una soffice pastella, la più semplice. Erano e sono buonissimi, croccanti e dolcissimi.
Questi li ho fotografati per voi, mentre ero a spasso nel mio campo segreto ;)

p.s.: le ultime due fotografie non riguardano certo l'acacia... dovrebbe essere sambuco, con le cui bacche si fa una marmellata buonissima!

Sospesa nello zucchero

lux

Non chiedetemi il senso del titolo del post perchè lo ignoro anch'io.
Parole che dovevano essere notturne quelle che seguono, lunari, anche se di luna non ne avrebbero visto neanche uno spicchio, che in certe ore si chiude bottega spegnendo ogni luce e tutto e tutti dormono o devono fingere di farlo. Come avrebbero potuto nascere allora, visto che avevano bisogno di uno schermo scintillante?
Furbamente hanno aggirato l'impedimento, si sono prese l'un l'altra, vestendosi dell' unico abito, scuro e viscoso, che l'indistinto notturno ha da offrire: scivolando lentamente, capitombolando al rallentatore animavano i miei pensieri. Ho preso appunti al cellulare per poterli restituire poi alla mattina e ad una mente lucida. Che non vuole organizzarli in maniera a lei comprensibile nè farvi luce, soltanto leggerseli e coccolarsi.
Gli scivoli e i capitomboli si raccoglievano e concludevano soltanto una cosa: cercavano il senso degli anniversari, estensivamente le ricorrenze di eventi eccezionali. Possono cambiare di significato? Possono rinnovarsi o mutare i sentimenti con i quali si affrontano o è opportuno perpetuare la celebrazione simbolica, per non perdere la dignità dell'atto che si va ricordando?
Domani è il primo anniversario di una "cosa" per me molto forte e che ho vissuto con mutevoli stati d'animo, forse proprio per questo così stancante.
Forse conviene distinguere: distinguere tra le "vette" della nostra vita e le tante pietre miliari disseminate nella famosa valle che ognuno di noi attraversa. Lo ieratico e l'effimero, l'uno che si aspetta l'onore della tradizione e l'altro che offre una paterna comprensione dell'animo umano.
Forse no, sono categorie stupide, inapplicabili nella loro astrattezza.
Chi lo sa, mi sono addormentata e stamattina avevo tanto da fare.

lux

...casa.

in soggiorno
Sono passati diversi giorni dal mio ultimo post, il centesimo oltretutto, così come mi avverte la bacheca.
Anche quello che sta per arrivare sarà un "post fotografico"; mi piace pensarlo come un momento di pausa tra amici, durante il quale, appollaiati sugli sgabelloni di una cucina fino a poco prima in piena attività, si scorrono alcune fotografie, commentandole, facendo battute e decidendo quali portare in stampa. Quelle che metto sul tavolo oggi ritraggono angoli della casa di mia nonna, un piccolo e grazioso cristallo di camere incastonato su un poggio, ai piedi di uno dei tanti passi del mio appennino: sono stata da lei qualche giorno fa e non ho resistito ad alcuni scatti. Mi è sembrato di riuscire a tenere con me un pò di quella luce, della fragranza dei suoi fiori così come dei suoi modi di fare, dei gesti e dei movimenti con cui la mattina si muove per sbrigare le faccende.

pausa di lettura
E allora casa sia: la casa in cui cresciamo, quelle dei nostri familiari e dei nostri amici più stretti, le "seconde" del fine settimana, che quando le apri sembra che riempiano i polmoni. Quelle da ristrutturare, che invece ti fanno respirare polvere di calce mentre un pò demoralizzato ragioni in numeri. Quelle da conoscere con laser e livella alla mano, per poi stenderle su un foglio di carta bianca. Le case che vedi da lontano, che si stringono l'una all'altra nei secoli che hanno vissuto, regalandosi agli occhi come il cuore delle nostre città; le case spilungone, grigie o dalle texture improbabili che tanto ci fanno accapponare la pelle: che colpa ne hanno loro, se poi chi le ha fatte nascere è così sleale che si rifugia tra le rustiche mura di una casa contadina?
Le case sudate da una vita e le case perse in un battito di ciglia, i fantasmi di quelle che vorrebbero essere costruite con il nome di new town e quelle che ancora vivono nel ricordo bruciante, che vogliono rivivere là dov'erano.


Quelle che abbiamo e che avremo, che ci vedranno giorno dopo giorno, diventando consapevoli confidenti.



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