Scegliere e lasciare andare, scegliere senza dimenticare

A dispetto del titolo, simile a uno scioglilingua, questo è un post semplice, breve e ciononostante carico d'affetto. Un post tributo a tutti i miei libri, proprio a tutti. Nell'aria già respiro il cambiamento, i giorni scorrono e stringono i tempi suggerendo di preoccuparsi di provvedere per degli scatoloni, di pennarelli indelebili per mettere ogni cosa al suo posto nella speranza di ritrovarla a colpo sicuro dopo. Probabilmente come spostamento sarà più dilazionato di quel che penso, fatto sta che oggi, per la prima volta rientrando in camera, mi sono accorta della mole non indifferente della mia libreria.
Per loro è cominciata una prima selezione, un posto d'onore lo avranno quei libri letti e riletti che riescono a farsi riprendere in mano con una cadenza apparentemente casuale. Poi quelli "settoriali". E via così.
Nessuno di loro sarà dimenticato, anche se non avrò le pagine a disposizione sotto le dita, mi porterò dentro la storia di cui sono umili servitori.


Approfondimento: il Fanelli.

"Gli architetti viennesi si impegnano sul tema del rivestimento in lastre (Plattenverkleidung) di materiale lapideo sollecitati dall'idea di Wagner di una configurazione a tavola della superficie. Peculiarità del rivestimento lapideo wagneriano è l'estrema riduzione dello spessore delle lastre -in generale due centimetri- che elimina ogni ammorsatura di elementi del rivestimento nella muratura e consente un'assoluta indipendenza tra il disegno del rivestimento e l'apparecchiatura muraria.
In tal modo il rivestimento può proporre il proprio disegno come immagine di parete autonoma da ogni logica tettonica.
Wagner e con lui gli architetti viennesi sperimentano le possibili soluzioni formali dei due fondamentali sistemi di ancoraggio delle lastre, quello con elementi metallici in vista (chiodi, bulloni) e quello tradizionale con elementi non visibili (zanche)."

da "Storia dell'architettura contemporanea", pag. 59

Passato di fagioli neri, pomodoro fresco e pecorino semistagionato


Voglio godermele oltremodo quest'anno le zuppe/vellutate/passate. Finchè è stagione, finchè ce n'è bisogno.
Questa è fatta sul momento, assolutamente priva di qualsiasi referenza di ricettari e alla quale vanno i miei più sentiti ringraziamenti, per avermi finalmente fatto passare una serata tranquilla e piacevole. Oltre che per il gusto, l'ho apprezzata per i suoi colori e per consistenza, per il sottile contrasto tra la crema calda e avvolgente dei fagioli e il filetto di pomodoro fresco e crudo. E' di una banalità sconcertante eppure mi è cara come una figlioletta...



Vellutata di fagioli neri con filetti di pomodoro fresco e pecorino semistagionato

fagioli neri secchi 200 g
pomodori tondi, maturi e freschi 2
pecorino semistagionato mugellano 2 C colmi
aglio 2 piccoli spicchi
rosmarino un rametto
olio evo un filo per condire
acqua un paio di litri
sale
peperoncino essiccato da sminuzzare a piacimento


Mettete a bagno i fagioli per almeno otto ore.
Scolateli e poneteli in una pentola con un paio di litri d'acqua, il rosmarino e l'aglio spellato e schiacciato. Fate prendere il bollore e cuocete piano per circa due ore e mezzo. Nel frattempo lavate i pomodori, fate un taglio a croce sulla parte opposta al picciolo e tuffateli in acqua bollente per pochi istanti. Scolateli, passateli in acqua fredda e spellateli. Scartate i semini e l'acqua di vegetazione e riducete la rimanenza in filetti; teneteli da parte (ho riscritto volutamente la noiosissima trafila che spesso si leggo o perlomeno alla quale sono stata abituata. che barba...).
Poco prima del termine della cottura salate i fagioli; valutate poi se scolarli o meno e se si quanto per poi passarli al minipimer e ottenere la densità che più vi piace: versatela in zuppierine individuali e ponete sopra il pomodoro. Spolverate con il formaggio, un giro d'olio nuovo e siamo pronti.

Un conto da pagare

Helios, Thierry Teneul, 2002
Venerdì mattina stavo preparando un cake, un salato esperimento, bellamente ignara del fine settimana che mi attendeva. Tutto faceva attendere un paio di giorni deliziosi e speciali, tra scelte importanti per il futuro prossimo prese con serenità e distensione. Il tutto condito da un'esperienza gastronomica di tutto rispetto. Così, mentre il mio figliuolo dormicchiava in forno mi sono messa a sfogliare il mio enorme libro di cucina vegetariana: appena aperto scivola via un foglio, un articolo di giornale un pò stropicciato. Mi basta un'occhiata perchè si accenda un sorriso. "E' così bella e silenziosa, con una promessa di maestosità chè la rende degna di rispetto fin d'ora, proprio adesso che sta nascendo e alzando il capo sfolgorante, ammantata di tutto quel verde smeraldo".
Stavo guardando una fotografia della Cattedrale vegetale (Mauri Giuliano, Progetto Arte Sella, Trento, 2001, http://www.artesella.it), che fin da quando l'ho conosciuta si è ritagliata uno spazio dentro di me.

La cattedrale Vegetale, Giuliano Mauri, 2001
Quella bellezza lì però, per quanto esclusiva e regina del suo intorno, non sarebbe da ritenersi alla stregua di un solitario, di una pietra preziosa incastonata nel bel mezzo di una corona che col suo splendore offusca gli altri pezzi. La strada della prevaricazione, a volte sostenuta inconsapevolmente o accettata remissivamente dagli altri, la trovo controproducente in ogni caso e per chiunque. In questo fine settimana ho avuto purtroppo modo di sentirla in modo vivido in prima persona, di avvertirne il dolore e il dispiacere che porta, lo sforzo che è richiesto per fronteggiarne i risultati e per riportare sui binari della ragionevolezza e dell'intelligenza le discussioni nate a causa di certe scelte.
Sia chiaro che quell'intreccio poetico, lirico nel suo geniale virtuosismo della Cattedrale mi ha dato il la per queste considerazioni, per questo loro scrosciare su vita vissuta che esulano completamente dal discorso artistico che si dovrebbe fare se si volesse continuare a tenere come centro quell'oggetto.
E' con amarezza che sono costretta a fermarmi su ben altri punti, che assumono i caratteri di un'arena solo in potenza: i colpi bassi o le irose provocazioni della prepotenza vengono messe a tacere e in scacco in maniera estremamente elegante e senza sbavatura dal buonsenso, dalla freddezza, dalla diplomazia o più semplicemente dall'intelligenza. Costa fatica, tanta fatica, sopratutto quando poi ti trovi a far da paciere e a gestire equilibri precari che si rovesciano come una caraffa di vino, macchiando platealmente quella che dovrebbe essere il luogo principe della condivisione, la tavola attorno al quale si riunisce la famiglia.
Tutto questo è stato chiuso dalla silenziosa contemplazione di un pezzo d'arte, di fronte al quale quest'animo un pò corrotto si è inginocchiato. Per un momento, certamente, perchè il lavoro sarà lungo, di mesi e di anni forse.
Quello che conta è il lento progresso.
Après le chaos, Bob Verschueren, 2006

Tutte le fotografie sono tratte dal sito http://www.leciliegie.it/

Se non posso lo faccio


Finalmente questa è una giornata di sole.
Un inizio gelido comunque, per via di un appuntamento gradito quanto infelice per la scelta del luogo, in una piazza della Repubblica ancora sonnolenta e rintanata nelle ombre. Perfettamente tagliata in due dalla lama fiammante di un giovane sole, Gilli si trova a quell'ora dalla parte che la me intirizzita considera inequivocabilmente come quella sbagliata. Due chiacchere e al lavoro.
In questo periodo ho tanto da fare quanto desiderio di un bel viaggio lontano, distensivo e permissivo di distacco quasi completo da questo tran tran quotidiano. Chiaro che non è fattibile. Chiaro che trovi una scappatoia per concedermelo.
Ci pensavo ieri, ma non ho avuto modo di parlarne (leggi: tempo) dunque lo farò adesso.
Viaggerò attraverso i miei ricordi, le fotografie e le memorie di un mio soggiorno a Parigi, vecchio ormai di una decina d'anni. Quanto mi manca. Un viaggio particolare quello, l'ultimo di una serie con i miei compagni di liceo: un modo nostro di salutarci e augurarci buona fortuna per gli anni a venire.
Anche quella, quella dell'arrivo a Parigi era una mattina fredda e luminosa. Stretti nei piumini e nei cappotti, nasi e guance arrossati, seminavamo la nostra spensieratezza e la nostra allegria di neanche ventenni per le stradine, su su con le borse e le valigie per arrivare alla pensioncina. Tra chiacchere e battute si cominciava a fare l'appello, tentando di creare l'equilibrio perfetto nella scelta dei compagni di stanza, anche se tutti sapevano che quelle preferenze di fatto non esistevano. Sarà stata una sottile e vaga consapevolezza del distacco che di lì a poco sarebbe arrivato, ma ognuno di noi improvvisamente vedeva crescere il suo affetto per gli altri.
Forse era stato sempre di quelle dimensioni o forse no, forse per alcuni si e per altri no, chissà.
La stanchezza o lo stress da viaggio non albergano in nessuno a quell'età e noi non facevamo eccezione: ci siamo gustati gli angoli della città che più sentivamo vicini, che avevamo fino ad allora letto e guardato dalle pagine del nostro libro di storia dell'arte, che se già fosse stato di storia dell'architettura sarebbe stato più congeniale e apprezzato. I ricami gotici che svettano e punzecchiano il cielo terso, la pelle bianca e traforata tesa tra l'arco della Défense, macchie di colori vivaci e giocose, che in uno strano connubio con una fontana che specchia una cattedrale ti riportano in testa i Mirò che ti hanno cullato pochi minuti prima. Le crepes calde e morbide di cioccolata che accompagnano le chiacchere con le amiche su una panchina di un parco, un'onirica passeggiata tra sculture di legno dalle forme sinuose e femminili suggerita dall'amico sapientone ma tanto simpatico.
Un libro sugli impressionisti sfogliato in volo, a sigillo di un periodo che si è chiuso, nel bene e nel male.

Cocotte di ricotta al forno {e salsa maionese homemade}


In questi giorni ho bisogno di cibi morbidi, cremosi e poco elaborati. Trovo questi tortini più che adatti: ho usato la ricotta prodotta dai miei amici del Forteto, un'azienda agricola del Mugello, chmi ricorda le estati trascorse nella mia vecchia casa di campagna...
Col tesoro dorato rimanente non potevo non tirarci fuori una reginetta delle coccole...
Buona domenica.

Cocotte di ricotta al forno

ricotta freschissima 200 g (a scelta di pecora o di mucca)
albume 1
olio evo 60 ml
paprica 2 c rasi
pepe nero un paio di macinate

Lasciate sgocciolare la ricotta in un setaccio per un'oretta o fin quando non sarà ben compatta.
Preriscaldate il forno a 200°C.
Trasferitela in una ciotola e unite l'albume, sbattendo un po' per amalgamarli bene. Ungete un paio di cocottine, suddivideteci il composto e condite con l'olio. Spolveratele con la paprica e con una macinata di pepe.
Infornate e cuocete per circa 20-25 minuti (la superficie deve dorarsi).


Salsa maionese (quella che chiamo ricetta classica)

tuorlo 1
senape di Digione 1/2 c
succo di limone 2 c
olio evo 125 ml
sale

In una ciotola battete il tuorlo, la senape e un cucchiaino di succo di limone fino ad ottenere un composto chiaro e cremoso. Aggiungete l'olio un cucchiaino alla volta, continuando a battere. Via via che la salsa si addensa aumentare la quantità d'olio.
Infine unite l'altro cucchiaino di limone e il sale.

Tante piccole cose


Se è vero che ognuno di noi è fatto di tante "piccole cose" è vero che le combinazioni di queste possono essere infinite, garantendo l'unicità di un essere umano nonostante tutto quello che può esser detto, sull'appiattimento e l'omologazione della personalità, sull'adeguamento al trend del branco giovanile dimenticando con questo l'affannosa ricerca della tendenza che talvolta si manifesta negli adulti.
La bellezza propria esiste, l'ho sostanzialmente sempre riferita a quello che ci portiamo dentro fin dal giorno del nostro primo comple-istante. Dopotutto siamo onesti, chi non ha avuto il periodo del "me lo metto perchè è figo"? Pochi penso, c'è qualcosa di male? 
Nel suo acuto e intrigante romanzo "Leoni alla Lamb House", che narra le vicende immaginarie di due grandi pensatori (Freud e James), Yoder jr immagina che Henry James, parlando del rapporto che uno scrittore ha tra la realtà e la finzione letteraria, si riferisca a una "membrana osmotica" a causa della quale, col passare del tempo, si arriva a confondere i due universi. 
Ho trovato quest'immagine di una chiarezza e incisività lodevole, tanto che astraendola dal suo contesto la riutilizzo già qui: quello che siamo dentro passa all'esterno, passa e basta, anche se ci mettiamo addosso "l'impermeabile" per passare inosservati e sotto silenzio qualcuno si accorgerà sempre di qualcosa. Ed è un bene: nessuno può essere davvero dimenticato; è forse possibile? C'è l'assolutezza in questo campo per l'uomo? 
Tante piccole cose insomma, che ci richiamano gli uni agli altri, che educano i nostri occhi e svegliano la sensibilità, esigono attenzione e dedizione per regalarci in cambio la coscienza e la comprensione dell'altro.
A piccole, piccolissime gocce è vero, ma abbiamo una vita a disposizione quindi basta decidere, il tempo non è così insufficiente. 


Le foto pubblicate sono proprietà di Camille Godon http://www.baguenaude.fr/

Budino di mele renette


Cucina rispettosa dei ritmi naturali delle stagioni, consapevole di se stessa, del legame filiale con i frutti della terra e di quello che trascende gli anni e i secoli, quello della tradizione, che mette in comunione d'affetti e di conoscenze le generazioni.
In sintesi sono questi gli argomenti che mi girano in testa in questo periodo; mi sento di postare una ricetta che appartiene a una raccolta di "piatti della tradizione popolare", un semplicissimo budino di mele che spesso trova posto sulla nostra tavola.
Morbide coccole.


Budino di mele renette

mele renette 6 medie
zucchero 200 g
burro 50 g
uova 4
farina 1C
limone la scorza grattugiata di uno
biscotti secchi 50 gr sbriciolati

Preriscaldate il forno a 180°C, imburrate uno stampo da budino.
Sbucciate le mele, tagliatele a dadini e mettetele in una casseruola con lo zucchero: fatele cuocere a fuoco dolcissimo senza aggiungere alcun liquido (basterà il loro succo) mescolando spesso.
Toglietele dal fuoco e passatele al passaverdura, unite il burro a dadini e amalgamate bene.
In una ciotola sbattete le uova, unite la farina a pioggia in modo da non formare grumi e infine la scorza di imone. Unite questo composto poco alla volta alle mele passate, mescolate bene e aggiungete i biscotti. Versate il tutto nello stampo, ponetelo in una ciotolina un poco più grande con dell'acqua quel tanto che basta per cuocere a bagnomaria. Infornare e cuocere per circa mezz'ora, se dovesse colorire troppo copritelo con un foglio d'alluminio.
A cottura ultimata lasciate intiepidire il budino nel bagnomaria, sformarlo e servirlo freddo.

E visto che siamo a precisare...



La Renetta è la regina delle Mele carnose, siccome laCarla lo è delle Mele croccanti. Sono due frutti squisiti, e i soli, nel genere delle Mele, che possano gareggiare colle pere d'inverno, e far di sè bella mostra sulle tavole di lusso, e presso le persone di ottimo gusto. [...]
Il frutto è turbinato, e di una grossezza mediocre. La sua buccia al principio è verdastra e sparsa di un poco di ruggine. Si schiarisce nel maturare e diventa giallognola: è ruvida e punteggiata in tutta la sua superficie di una quantità di stellette irregolari bruno-rossiccie che la caratterizzano.
La polpa è carnosa e acida quando è acerba, ma se giunge alla maturità diventa fina, gentile, butirrosa e saporita, e non conserva del suo acido che quanto le è necessario per darvi un piccante. [...]
Tratto da GALLESIO, GIORGIO. La Pomona italiana, edizione ipertestuale a cura di Massimo Angelini e Maria Chiara Basadonne, Ist. Marsano, Genova 2004 www.pomonaitaliana.it


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