Toccata e Fuga

Con il secondo semestre sono partiti due corsi... in gran parte "opposti" tra di loro, uno che riguarda l'architetto progettista vero e proprio, l'altro l'architetto restauratore (archeologo, futura me, si spera ^^). Stranamente non ho mai parlato di architettura in questo blog, chissà perchè poi... e allora avviciniamoci da un lato decisamente poco abituale.
E' un mio racconto di tanto tempo fa. Buona lettura ;)

P.s.: Ringrazio Mik per la splendida foto, testimone del suo stone-balancing dell'estate scorsa! Grande, che invidia!

Toccata e Fuga

Avvicinare Toccata significa corteggiare una donna: il profilo contro il cielo terso, le curve, morbidamente abbandonate su dune damascate dai profili di minareti e palme; la chioma dei giardini imperiali impreziosita dai rivi e dalle fontane; e il capo, incoronato dalla cupola sfolgorante della moschea. Assai fortunato è il viandante che la coglie nell'ora del risveglio: ancor prima che i suoi occhi, stanchi e brucianti per la sabbia, si siano spalancati, è già stato sedotto.
Il cuore di Toccata ricomincia a pulsare vigoroso, dopo la quiete notturna: è il suk, il mercato centrale; i tendoni delle bancarelle vengono stesi, come fossero palpebre di lino consumato ma dai colori ancora meravigliosamente brillanti. Nelle cassette, frutta d'ogni tipo, nei piccoli vasi e negli otri spezie per di più misteriose, sete gioielli e unguenti, legni profumati e lucenti. I mercanti sistemano questi tesori, le mani nodose e abbronzate che si muovono con fare esperto su tanta delicatezza; comincia un gran vocio, uomini e donne incalzano in un duello verbale per attirare i passanti.

Fuori dal dedalo del suk, l'aria si fa stranamente fresca e pulita: passeggiando per la via principale di Toccata, quella che la divide a metà, e che conduce in alto, alla moschea, si ha la sensazione di immergersi in un bagno profumato, capace di sciogliere ogni tensione e di lavare via la polvere e la fatica. Nessun abitante urterà il forestiero, foss'anche per sbaglio: riceverà soltanto sguardi incantevoli, e i suoi orecchi saranno rapiti dalle melodie delle giovani, o dalle risate piene eppure aggraziate delle donne più mature. E se sarà baciato dalla fortuna, o se soltanto un capriccio del Fato lo farà imbattere volto a volto con un abitante di Toccata, potrà udire il suo linguaggio. E suonerà dolce e avvolgente come miele appena fatto: la sua ragione verrà sospesa, come un insetto dentro l'ambra non potrà più muoversi, mentre la nenia struggente, calda e appagante gli si offrirà per qualche interminabile momento.
Gli abitanti, loro: a stento se ne può parlare come di persone. Pare di bestemmiare, tale è la loro perfezione fisica: creature dalla pelle diafana, quand'eppure da sempre vivono nel deserto, stupiscono per la levigatezza e per la grazia dei loro tratti; le donne di squisita piacevolezza, che mai porterà noia ma crescente godimento, e gli uomini, robusti e autorevoli. Toccata è assai popolata. Eppure nessuna strada è mai tanto affollata da risultare spiacevole da percorrere.
A destra, un vecchio rinvoltato in stracci logori e accoccolato ad un incrocio guarda con occhi acquosi: non è felice e non sa perché.

Forse adesso il viaggiatore potrà accorgersi di tante scalette, che a intervalli regolari bucano il selciato delle vie conducendo nel sottosuolo. Ha scorto una cicatrice in quella donna sensuale e seducente che è Toccata. No: guardando meglio, ci si accorge che è una ferita ancora aperta, dai margini sfilacciati. La mano della ragione ne comincia a staccare uno, liberandolo dal balsamo che vi è stato applicato. E' lei, è Fuga: la sorella di Toccata, secondo occhio di una medesima, disumana e annichilente maschera. Quelle scalette sono tanti portali, attraversati continuamente, quotidianamente e con inspiegabile urgenza dalle creature perfette che dimorano a Toccata. Nel ventre umido e oscuro di Fuga, la grazia, la calma che a stento doma il fascino tentatore di quelle creature sono perse, mentre si assiste a un'esplosione di angoscia, disperazione e dolore. Grida e gemiti fanno eco nei cunicoli e nei cantoni, mani grattano rabbiose la terra sterile impastandola con le lacrime: e il viaggiatore sarà colto da orrore e affanno, e presto diverrà insostenibile quest'ondata di male e di peccato che si è schiantata ai suoi occhi. Lo scandalo si è palesato, in tutta la sua imperiosa, devastante corruzione: è impedimento alla fioritura della coscienza, nell'obbligo del mantenimento di una piacevole e perfettamente funzionante disunione, efficacemente resa come solo e affidabile modello di unità.
Il sudore gocciola lungo la schiena, il corpo intero è scosso da tremiti ma improvvisamente, come uno schiaffo, la quiete. L'immobilità.

Involontariamente, un passo a seguito dell'altro, il ritorno a Toccata.
E la creatura dalla pelle bianchissima e tersa, non ricorda perché fosse scesa laggiù, in quella fogna. Ma non ha importanza. E' tempo di scegliere tra le sete e gli argenti.

Un quotidiano on-line



News rapida...
Da qualche giorno ha visto la luce 055junior, una testata giornalistica "figlia" di 055news, dedicata cioè ai ragazzi in età elementari-medie. Gestisco la rubrica delle fiabe.
Fateci un salto ;)

Risotto con le seppie {Allan Bay}

Altro appunto culinario... Da sfruttare questa sera, per una cena tra amici.
La ricetta è di Allan Bay, cuoco che stimo molto e che mi arricchisce in maniera semplice e concreta attraverso i suoi libri. L'ho trascritta modificando la struttura ma non la sostanza!

Risotto con le seppie
Ingredienti x 4:

riso (io ho usato il carnaroli) 320 g
seppie pulite 320 g
nero di seppia
aglio
2 spicchi
vino bianco senz'alcol* 1 bicchiere
brodo universale* qb
soffritto all'italiana* 4 cucchiaiate
prezzemolo tritato una manciata
olio evo
sale

Tagliate a striscioline le seppie. Rosolatele con l'aglio in un filo d'olio evo per 3', unite il bicchiere di vino bianco senz'alcol e cuocetele coperte per 40' o poco più, dipende da quanto sono adulte (vecchie suona politicamente scorretto).
Eliminate l'aglio.
Seguendo la procedura base* tostate il riso e portatelo a cottura col brodo, unendo fin da subito il soffritto. 2' prima che sia pronto, regolate di sale e aggiungete le seppie.
Mantecate con olio extravergine d'oliva leggero, ligure o del Garda, e profumate con il prezzemolo. Unite all'ultimo momento il nero delle seppie.

Gli ingredienti contrassegnati con * sono frutto di preparazioni spiegate nei libri dello chef... Magari le sbloggherò più avanti. Tanto per provare comunque si può procedere normalmente :)
Buon we!

Risotto al profumo d'arancia, carote e pisellini

Eh si eh. I nostri we, fuori porta o non, stanno diventando sempre più pericolosi... Quelle che erano partite come sfide ai fornelli stanno diventando sinonimi di coccole gastronomiche spinte: una goduria anche per il cuore, oltre che per lo stomaco, ovviamente.
Fatto è che s'impone di ridimensionare queste delizie cercando di aderire al quanto mai azzeccato "in medio stat virtus". Sani compromessi, è il caso di dirlo.

Tanto per cominciare, un taglio alle sfornate per colazione: stamattina ho provato il porridge di Alex: una meraviglia assoluta! Complimenti vivissimi davvero; ho studiato tutta la mattina con una gran carica e sono arrivata all'ora di pranzo con un giusto languorino: come sfamarmi? Ho aperto il frigo, fatto due calcoli. E' venuto fuori questo risottino semplicissimo ma delizioso.


Risotto al profumo d'arancia carote e pisellini
Ingredienti x 2:

riso vialone nano 120 g
cipollotti freschi 2 piccoli
pisellini surgelati un paio di pugnelli
carota 1
brodo vegetale 500 ml
scorza d'arancia grattugiata
prezzemolo qb
s&p
olio evo

Scaldate in una tazza il brodo.
Affettate sottilmente i cipollotti; scaldate un cucchiaio di olio evo in una casseruola e fate soffriggere i cipollotti a fuooco dolcissimo, dopodichè metteteli in una ciotolina e teneteli al caldo da parte.
Tamponate con uno scottex il fondo della casseruola appena usata ripulendola dai residui del soffritto; scaldate un altro cucchiaio di evo e unite il riso, alzate la fiamma e fate tostare per un paio di minuti.
Aggiungete il primo mestolo di brodo, abbassate la fiamma e lasciate assorbire. Unite il soffritto e proseguite normalmente la cottura del risotto per ca 15 minuti, aggiungendo un mestolo di brodo alla volta e solo quando il precedente sarà completamente assorbito.
Nel frattempo lavate e mondate la carota, tagliatela a rondelle sottili e bollitela insieme ai pisellini per ca 10 minuti. Scolate e tenete al caldo.
Aggiustate di sale e pepe il riso, senza esagerare; a un paio di minuti dalla fine del tempo di cottura aggiungete le verdure appena cotte e rimestate. Aggiungete alcune foglie di prezzemolo tagliate a pezzetti, una grattugiata abbondante di scorza d'arancia, rimestate nuovamente e spengete il fuoco. Mantecate qualche minuto a coperchio chiuso con un giro di olio evo.
Servite.

Mi illumino di meno 2008

E così anche Wennycara si unisce all'iniziativa Mi illumino di meno 2008 promossa da Caterpillar... Francamente sono sempre stata un po' perplessa di fronte a queste giornate di mobilitazione di massa, nella diffidenza di chi le ritiene un appuntamento "falsamente impegnato".
D'altronde, quest'anno più che mai, si sente dovunque il peso di un consumo smodato, probabilmente disattento e disabituato non dico a "soluzioni alternative", ma all'uso del vero buonsenso.

Ricordo quando da piccola, io e la mia migliore amica (mia cara e imparagonabile amica tutt'oggi ^^) attivissime socie junior del Wwf, ci lanciavamo in campagne di volantinaggio di ciclostilati sul risparmio energetico, idrico, su test simpatici e divertenti che rivelavano il tuo grado di "inquinatore" :) che, una volta terminati, mostravano il disappunto del signore che apparteneva al profilo C (lo sprecone!). E quando vendevamo i francobolli o i chiudipacco con stampata l'immagine di una tigre siberiana o di una tataruga gigante, a indicare quale campagna di salvataggio tu acquirente stavi per sostenere. O le candide (seee un tubo :) ) osservazioni "Scusi signore, le è caduto questo" fatte all'impenitente fumatore che aveva appena gettato dietro di sè il pacchetto vuoto di sigarette. Piccoli gesti che hanno costruito una consapevolezza che oggi si traduce in azioni quotidiane automatiche e banali, ripetute e costanti, e per questo fondamentali.

Sostengo dunque questa campagna anche per rispetto di quello che sono stata, per ringraziare chi, tanti anni fa, mi lasciò sul letto una copia del Wwf junior.

Torta al cioccolato, peperoncino e grappa


Che catena strana eh? O quantomeno aperta a mille soluzioni e varianti. Quella originale prende le mosse dalla spiata dentro il nuovo negozio di Bialetti a Firenze, del quale non si può non apprezzare il design, curato, giovane e elegante contemporaneamente. E Bialetti, con il suo Omino coi Baffi, non è famosissima unicamente per le sue caffettiere: tantissimi accessori, e uno dei quali è stato... oggetto di regalo ^^.
Giust'appunto uno stampo per muffins.
Che sto testando adesso, ho infatti infornato da poco una cosina veramente speciale e geniale (grazie Cipolla!).
Cacao chiama cacao: fondente, per giunta! Sarà l'avvicinarsi della festa degli innamorati, che io detesto, ma il match fondente peperoncino è venuto da solo. E vorrei appuntare qui sul blog una ricetta deliziosa, apparsa su "cucina no problem" di qualche anno fa, come proposta per un fine anno.
Enjoy!

Torta di cioccolato al peperoncino e grappa

Cioccolato fondente al 70% 300g
burro 130 g
uova 6 (tranquilli... sono dosi per 8 persone!)
zucchero semolato 150 g
zucchero a velo 50 g
grappa 5 cucchiai
peperoncino in polvere 1 cucchiaino raso (dipende dai gusti...io aumento sicuramente la dose!)
sale 1 pizzico
cacao amaro qb
peperoncini freschi per decorare (facoltativo)

Preriscaldare il forno a 180°.
Tritare il cioccolato fondente e scioglierlo a bagnomaria, lentamente, con il burro. Sgusciare le uova e sistemare gli albumi in una ciotola dai bordi alti, i tuorli in un'altra. Montare gli albumi a neve con una frusta elettrica, unendo subito un pizzico di sale e dopo un po' lo zucchero a velo.
Montare i tuorli con lo zucchero, finchè il composto risulterà gonfio e spumoso. Amalgamare al cioccolato e al burro fuori dal fuoco la grappa e il peperoncino. Incorporare delicatamente gli albumi con un movimento di spatola dal basso verso l'alto.
Versare il composto in uno stampo a cerniera di 22 cm di diametro imburrata e infarinata.
Cuocere in forno a 180° per circa 30 minuti, abbassare a 120° e proseguire la cottura per altri 10-12 minuti. Fare raffreddare, sfornare e mettere la torta su una griglia. Spolverizzarla con cacao amaro setacciato e decorare a piacere con peperoncini freschi.

Non è goduriosissima?

Vento d'argento


L'ho sempre immaginata così.
Perdonate la proposta forse adolescenziale o tremendamente nerd e scontata di quest'illustrazione (la mia scelta, non il lavoro scoppiettante di Kaja Foglio ci mancherebbe anche di bestemmiare adesso!) ma... dacchè ho scritto questa fiaba ho immaginato la sua protagonista proprio così. Ecco qui dunque un altro racconto, scritto in origine come regalo per la bimba di un mio caro amico, che porta il mio stesso nome. (un abbraccio Sara, dallo anche ai tuoi fratelli e a tuo papà ^^).


Vento d'Argento

Naranya era la danzatrice più bella del deserto.

Viveva al Palazzo Fulgente, da tempi immemorabili. Ogni giorno i suoi piedi bruni danzavano sul marmo della Grande Sala, per la gioia dell'Imperatore. Era costui un uomo imponente; le sue ricche vesti e la lucente scimitarra che portava al fianco indicavano la sua potenza e il suo valore, come regnante e combattente. La giovane Naranya non conosceva il suono della sua voce: l'Imperatore infatti rimaneva sempre in silenzio sul suo trono; con un battito di mani richiamava le danzatrici e con un battito di mani le ricacciava alle loro stanze. Non era però un uomo cattivo: alle fanciulle faceva indossare sete ricamate d'oro, rosse, arancioni o giallo acceso; a ciascuna di loro era perfino riservata una piccola camera. Era severamente proibito lasciare il Palazzo Fulgente, ma in compenso potevano visitarne ogni singola parte, aprire qualunque porticina, scostare ogni tenda e sfiorare ciascuna colonna, o magari avventurarsi per minuscole scale a chiocciola dai mille e mille gradini. Erano giovani e belle, e il tempo passava.

Naranya dai capelli corvini amava trascorrere le sue giornate nel Giardino Imperiale: era un luogo meraviglioso, un labirinto di siepi e fiori esotici, dove dimoravano creature affascinanti, pericolose e senza età. E quanti ruscelli, vasche e fontane zampillanti!
Ogni sera le danzatrici si riunivano attorno a un piccolo caminetto, dove bruciavano incensi e scaldavano il thè; ciascuna di loro poi, raccontava una storia, mentre le altre intrecciavano i lunghi capelli della compagna seduta alla propria sinistra, aspettando il proprio turno.
Ognuna di loro aveva un tesoro: lo chiamavano il Sonaglio. Era una catenella fine fine con agganciati tanti minuscoli campanellini. Non sapevano chi, ma qualcuno l'aveva chiusa alle loro caviglie, e, per quanto si sforzassero di ricordare, non riuscivano a dir quando l'avessero ricevuta, o perchè ne fossero così gelose. Ma poco importava: erano giovani e belle, e il tempo passava.

Una notte, Naranya uscì nel Giardino Reale: era proibito, ma si era ripromessa di fare in fretta e in silenzio; giusto il tempo di dare una sbirciatina alle stelle. Erano bianchissime, quasi accecanti, i più bei gioielli che si potesse mai desiderare. Si sedette incantata sull'erba appena nata, e al dolce gocciolio di una fontana si addormentò. Si svegliò di soprassalto, e ebbe paura: qualcuno le aveva rubato Il Sonaglio. Corse dalle sorelle, chiedendo aiuto: " E adesso, come farò a riaverlo? " " Ma non puoi! Il ladro è sicuramente un djin, un genio maligno! Sono esseri invidiosi che custodiscono gelosamente i loro tesori ". A una a una le danzatrici si riaddormentarono; erano giovani e belle, e il tempo passava, ma Naranya cominciava a sentire il peso di lunghi anni.

All'ora media dell'indomani le fanciulle vennero richiamate dal battito delle mani dell'Imperatore. Naranya tremava come una foglia, dallo spavento e dalla vergogna per essere stata così sciocca e poco prudente, ma soprattutto, perchè temeva l'ira del suo Signore, per aver infranto una delle regole del Palazzo Fulgente. Un tamburello cominciò a battere il tempo della musica, e le danzatrici cominciarono a volteggiare; i loro Sonagli si muovevano con ritmo perfetto. Naranya invece rimase immobile: non sentiva nessuna melodia, i suoi muscoli erano rigidi e, anche se avesse voluto, non sarebbe certo riuscita a muoverli. L'imperatore se ne accorse, e posò il suo sguardo severo sulla donna dai capelli corvini, che cominciavano a essere striati di grigio. " Mi hai disobbedito! E per questo verrai punita! Diventerai una statua di sale, e sarai sciolta nella fontana accanto alla quale hai perduto il Sonaglio! " Naranya dovette tapparsi le orecchie, tanto era simile al tuono di un temporale la voce che la rimproverava. Era terrorizzata. Per un istante, tutti al Palazzo Fulgente trattennero il respiro.

Una lama di luce schizzò dalla pesante porta alle loro spalle, seguito da un gran rombo e dallo scalpitio di un destriero lanciato al galoppo. Tutti si voltarono e, meraviglia! Davanti a loro stava un beduino dalla tunica scura; la sua testa era avvolta in un drappo che lasciava intravedere soltanto gli occhi, penetranti, coraggiosi e allo stesso tempo dolci come soltanto quelli di una donna possono essere. Il piccolo destriero scrollava la lunga criniera d'argento e pestava i piedi, tanto era agitato. " Apri i tuoi occhi bella Naranya! Non disperarti del tuo Sonaglio! Furono le Stelle del Deserto a liberarti da quella prigionia! Respira la nuova aria perchè sebbene tu soffrirai la stanchezza e il passare delle stagioni, e perderai mano a mano la tua bellezza,
i tuoi nuovi passi conosceranno la libertà, il dono più prezioso! " Naranya ascoltava la donna, e afferrò la mano che le tendeva.

Per poco Naranya non volava per terra. Era...era diventata lei la beduina! E adesso era proprio lei sul cavallino scattante! Era felicissima, e il suo nuovo amico altrettanto, nitriva e sbuffava impaziente ma allegro. La donna dai capelli corvini striati di grigio guardò le danzatrici: " Sorelle! Presto! Unitevi a me! Abbandoniamo questa prigione senza tempo! E' pura illusione la vita all'interno di queste mura! " Ma la forza del Sonaglio era troppo grande, e le compagne di Naranya si ritirarono spaventate nell'oscurità del colonnato. Rimasero giovani e belle, accettando il proprio destino.

Naranya invece galoppò lontano lontano, ed ebbe tante e tante avventure, e mai rimpianse il suo passato come danzatrice al Palazzo Fulgente.

Si cambia colore!


Che dire... Il tempo sceglie per tutti, che piaccia o meno.
Ecco allora che qui da me, calendario (ormai anacronistico?) alla mano, sembra di essere un mese più avanti, in un tiepido marzo. E neanche un paio di settimane fa scrosciava impertinente e noncurante, che seccatura!
Mh già, la domenica in cui sono rimasta latitante dal blog, è stata domenica mattina di spesa in uno dei negozi storici di Firenze, che mi riporta a quando ero piccola: un'eccellente gastronomia che pare ormai sopravvivere al di là dello spazio e del tempo, vendendo prodotti deliziosissimi dai lunghi banconi o dagli alti scaffali in legno pesante. E' andata a finire che per arrotondare ci siamo portati via una confezione più che allettante di nero di seppia, che testeremo con la cena di venerdì... Vediamo che succede!

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