Vento d'argento


L'ho sempre immaginata così.
Perdonate la proposta forse adolescenziale o tremendamente nerd e scontata di quest'illustrazione (la mia scelta, non il lavoro scoppiettante di Kaja Foglio ci mancherebbe anche di bestemmiare adesso!) ma... dacchè ho scritto questa fiaba ho immaginato la sua protagonista proprio così. Ecco qui dunque un altro racconto, scritto in origine come regalo per la bimba di un mio caro amico, che porta il mio stesso nome. (un abbraccio Sara, dallo anche ai tuoi fratelli e a tuo papà ^^).


Vento d'Argento

Naranya era la danzatrice più bella del deserto.

Viveva al Palazzo Fulgente, da tempi immemorabili. Ogni giorno i suoi piedi bruni danzavano sul marmo della Grande Sala, per la gioia dell'Imperatore. Era costui un uomo imponente; le sue ricche vesti e la lucente scimitarra che portava al fianco indicavano la sua potenza e il suo valore, come regnante e combattente. La giovane Naranya non conosceva il suono della sua voce: l'Imperatore infatti rimaneva sempre in silenzio sul suo trono; con un battito di mani richiamava le danzatrici e con un battito di mani le ricacciava alle loro stanze. Non era però un uomo cattivo: alle fanciulle faceva indossare sete ricamate d'oro, rosse, arancioni o giallo acceso; a ciascuna di loro era perfino riservata una piccola camera. Era severamente proibito lasciare il Palazzo Fulgente, ma in compenso potevano visitarne ogni singola parte, aprire qualunque porticina, scostare ogni tenda e sfiorare ciascuna colonna, o magari avventurarsi per minuscole scale a chiocciola dai mille e mille gradini. Erano giovani e belle, e il tempo passava.

Naranya dai capelli corvini amava trascorrere le sue giornate nel Giardino Imperiale: era un luogo meraviglioso, un labirinto di siepi e fiori esotici, dove dimoravano creature affascinanti, pericolose e senza età. E quanti ruscelli, vasche e fontane zampillanti!
Ogni sera le danzatrici si riunivano attorno a un piccolo caminetto, dove bruciavano incensi e scaldavano il thè; ciascuna di loro poi, raccontava una storia, mentre le altre intrecciavano i lunghi capelli della compagna seduta alla propria sinistra, aspettando il proprio turno.
Ognuna di loro aveva un tesoro: lo chiamavano il Sonaglio. Era una catenella fine fine con agganciati tanti minuscoli campanellini. Non sapevano chi, ma qualcuno l'aveva chiusa alle loro caviglie, e, per quanto si sforzassero di ricordare, non riuscivano a dir quando l'avessero ricevuta, o perchè ne fossero così gelose. Ma poco importava: erano giovani e belle, e il tempo passava.

Una notte, Naranya uscì nel Giardino Reale: era proibito, ma si era ripromessa di fare in fretta e in silenzio; giusto il tempo di dare una sbirciatina alle stelle. Erano bianchissime, quasi accecanti, i più bei gioielli che si potesse mai desiderare. Si sedette incantata sull'erba appena nata, e al dolce gocciolio di una fontana si addormentò. Si svegliò di soprassalto, e ebbe paura: qualcuno le aveva rubato Il Sonaglio. Corse dalle sorelle, chiedendo aiuto: " E adesso, come farò a riaverlo? " " Ma non puoi! Il ladro è sicuramente un djin, un genio maligno! Sono esseri invidiosi che custodiscono gelosamente i loro tesori ". A una a una le danzatrici si riaddormentarono; erano giovani e belle, e il tempo passava, ma Naranya cominciava a sentire il peso di lunghi anni.

All'ora media dell'indomani le fanciulle vennero richiamate dal battito delle mani dell'Imperatore. Naranya tremava come una foglia, dallo spavento e dalla vergogna per essere stata così sciocca e poco prudente, ma soprattutto, perchè temeva l'ira del suo Signore, per aver infranto una delle regole del Palazzo Fulgente. Un tamburello cominciò a battere il tempo della musica, e le danzatrici cominciarono a volteggiare; i loro Sonagli si muovevano con ritmo perfetto. Naranya invece rimase immobile: non sentiva nessuna melodia, i suoi muscoli erano rigidi e, anche se avesse voluto, non sarebbe certo riuscita a muoverli. L'imperatore se ne accorse, e posò il suo sguardo severo sulla donna dai capelli corvini, che cominciavano a essere striati di grigio. " Mi hai disobbedito! E per questo verrai punita! Diventerai una statua di sale, e sarai sciolta nella fontana accanto alla quale hai perduto il Sonaglio! " Naranya dovette tapparsi le orecchie, tanto era simile al tuono di un temporale la voce che la rimproverava. Era terrorizzata. Per un istante, tutti al Palazzo Fulgente trattennero il respiro.

Una lama di luce schizzò dalla pesante porta alle loro spalle, seguito da un gran rombo e dallo scalpitio di un destriero lanciato al galoppo. Tutti si voltarono e, meraviglia! Davanti a loro stava un beduino dalla tunica scura; la sua testa era avvolta in un drappo che lasciava intravedere soltanto gli occhi, penetranti, coraggiosi e allo stesso tempo dolci come soltanto quelli di una donna possono essere. Il piccolo destriero scrollava la lunga criniera d'argento e pestava i piedi, tanto era agitato. " Apri i tuoi occhi bella Naranya! Non disperarti del tuo Sonaglio! Furono le Stelle del Deserto a liberarti da quella prigionia! Respira la nuova aria perchè sebbene tu soffrirai la stanchezza e il passare delle stagioni, e perderai mano a mano la tua bellezza,
i tuoi nuovi passi conosceranno la libertà, il dono più prezioso! " Naranya ascoltava la donna, e afferrò la mano che le tendeva.

Per poco Naranya non volava per terra. Era...era diventata lei la beduina! E adesso era proprio lei sul cavallino scattante! Era felicissima, e il suo nuovo amico altrettanto, nitriva e sbuffava impaziente ma allegro. La donna dai capelli corvini striati di grigio guardò le danzatrici: " Sorelle! Presto! Unitevi a me! Abbandoniamo questa prigione senza tempo! E' pura illusione la vita all'interno di queste mura! " Ma la forza del Sonaglio era troppo grande, e le compagne di Naranya si ritirarono spaventate nell'oscurità del colonnato. Rimasero giovani e belle, accettando il proprio destino.

Naranya invece galoppò lontano lontano, ed ebbe tante e tante avventure, e mai rimpianse il suo passato come danzatrice al Palazzo Fulgente.

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